martedì 17 settembre 2013

Quanto poco sia mancato...

Vous vous étonnez comme cette matière, brouillèe pêle- mêle, au gré du hasard, peut avoir constitué un homme, vu qu'il y avait tant de choses nécessaires à la construction de son être, mais vous ne savez pas que cent milions de fois cette matière, s'acheminant au dessein d'un homme, s'est arrêtée à former tantôt une pierre, tantôt du plomb, tantôt du corail, tantôt une fleur, tantôt une comète, pour le trop ou trop peu de certaines figures qu'il fallait ou ne fallait pas à désigner un homme? Si bien que ce n'est pas merveille qu'entre une infinie quantité de matière qui change et se remue incessamment, elle ait rencontré à faire le peu d'animaux, de végétaux, de minéraux que nous voyons; non plus que ce n'est pas merveille qu'en cent coups de dés il arrive une rafle. Aussi bien est-il impossible que de ce remuement il ne se fasse quelque chose, et cette chose sera toujours admirée d'un étourdi qui ne saura pas combien peu s'en est fallu qu'elle n'ait pas été faite.

Voyage dans la Lune- Cyrano de Bergerac 


Vi meravigliate come questa materia mescolata alla rinfusa, in balia del caso, può aver costituito un uomo, visto che c'erano tante cose necessarie alla costruzione del suo essere, ma non sapete che cento milioni di volte questa materia, mentre era sul punto di produrre un uomo, si è fermata a formare ora una pietra, ora del piombo, ora del corallo, ora un fiore, ora una cometa, per le troppe o troppo poche figure che occorrevano o non occorrevano per progettare un uomo. Come non fa meraviglia che tra un'infinita quantità di materia che cambia e si muove incessantemente, sia capitato di fare i pochi animali, vegetali, minerali che vediamo, così come non fa meraviglia che su cento colpi di dadi esca una pariglia. E' pertanto impossibile che da questo lieve movimento non si faccia qualcosa, e questa cosa sarà sempre fonte di stupore per uno sventato che non pensa quanto poco è mancato perché non fosse fatta.

giovedì 23 maggio 2013

SERMONE AI CUCCIOLI DELLA MIA SPECIE di Mariangela Gualtieri



Sermone ai cuccioli della mia specie

Cari cuccioli,
vi ho guardato a lungo.
Ero lì nascosta nel buio
e vi guardavo giocare,
nascosta nel buio come una carogna,
come una spia che studia
il nemico, come un ladro che aspetta
il momento buono,
come un terrorista
che guarda a distanza
e fa i suoi piani d’innesco.
Io vi guardavo ammutolita,
intenerita da voi,
cari cuccioli della mia specie,
e poi anche disgustata da voi
che eravate lì inermi a un palmo dal
mio naso.

Siete indeboliti cuccioli. Siete
Spaventati e soli. Siete avidi. Siete sazi. Siete svuotati.
Sfiniti siete. Siete vinti.

Io vi guardavo da una quasi nausea,
da tutto quel buio: ricordavo
un’antica infelicità d’infanzia, un’antica
paura.
Ricordavo bene quell’essere fra gli
Altri, spersa, sola.
La mia paura me la ricordavo,
guardando la vostra. Ricordavo bene
il mio sguardo, come se lo avessi
sempre visto da fuori:
sbigottito, quasi non ci credevo
d’essere in questo mondo,
non me lo spiegavo, il mondo,
non mi raccapezzavo.
Come precipitata ero,
dalle altezze caduta molto giù,
molto di lato, nel mondo degli uomini
e delle donne. Nel mondo
delle case di mattoni.
Nel mondo dove si lavora e
Si mangia e si dorme e
Si fa la cacca ogni giorno
E ogni giorno si fa la pipì
Tante di quelle volte e si mangia e
Si dorme e ci si lava la faccia.

Da dentro quello sguardo,
chiusa lì dentro
nella mia fortezza
io guardavo il mondo dei grandi e
provavo una grande pietà.
Io li sentivo che piangevano dentro.
Sentivo che non ce la facevano.
Li sentivo gridare dentro. Con muri
dentro, con scarafaggi e muffe,
dentro.
E un giorno,
quando ero molto piccola,
ho fatto giuramento,
un giuramento infante,
senza le parole, ma chiarissimo
e sonante:
io me li prendo tutti nel petto
e li scampo
li porto in salvo.

Ho giurato così,
senza dire neanche una
di queste parole,
ma con tutte queste parole più forti cento volte.
Nel mio letto, vicino al grande
Armadio con lo specchio,
fra le sponde alte di legno,
con la sorella vicina che tossiva,
giuravo forse ogni notte, per quella
tosse, per la faccia stanca
del mio babbo, e per tutte le facce
dei grandi,
coi loro segni come di grande pena.
Una bambina nel suo letto
ha fatto il giuramento,
recitato la formula che salva,
forse ha vinto sulla morte
e sul mondo.

Aspettavo il giorno in cui mi
avrebbero detto il grande segreto.
Sentivo, lo sapevo, che dietro al loro
non dire niente
si nascondeva la grande verità.
Sentivo, lo sapevo, che loro sapevano
tutto quello che io non sapevo.
Sentivo che un giorno me lo
avrebbero detto
e io avrei capito il mondo
e non avrei sofferto come loro,
perché loro stavano già soffrendo
anche per me. Sentivo e aspettavo.

Poi molto piano, molto in ritardo,
molto piano, millimetro dopo
millimetro,
in un lavoro di tic tac e minuti molto
piccoli, piano piano,
sono passata di là,
sono caduta del tutto nel mondo,
appiattita, schiacciata al suolo
in un lento atterraggio.

Adesso, cari cuccioli, io sono grande.
Sono molto grande.
Sono quello che mai e poi mai
avrei voluto essere:
una persona grande.
Adesso io sono dei loro.
Adesso lontanissima sono
dai miei favolosi sette anni,
quando ero un genio buono,
uscito da poco dalla lampada,
e un filosofo ero, ma senza
le parole, un grandioso poeta
analfabeta, un artista senz’arte.

Adesso da qui, da questo esilio duro,
da questo corpo con peso, da questa
mente complicata,
da questa mente ingombrante,
da qui,
da questo buio che è tutto il mio,
da qui vi guardo, adorandovi.
Vi chiedo aiuto.
Una parte di me vi supplica,
vi implora, vi chiede aiuto e aiuto.
Adesso tocca a voi salvarmi, fare
Il giuramento.
Potrete? Ci riuscirete? Mi sentite?
Sentite?

Dicono che siete rotti.
Siete sazi, dicono. Corrotti.
Rovinati siete, come tutto il resto.
Anche voi nella lista lunga delle
Perdite: l’acqua, l’aria, il silenzio,
il pudore… Anche voi.
Stuprati siete, rotti. Vecchissimi e
Troppo stanchi per l’infanzia. Scarichi.
Vuoti.

Allora adesso imparate.
Imparate l’odore dei nemici potenti.
Sbranate, cuccioli, le loro mani piene.
Scassate le loro tane come galere.
Sputate sui loro piatti, incendiate le
Stanze gonfie di giocattoli,
scappate, morsicate, tirate pietre sui
televisori, scalciate, spaccate questo
micidiale nostro sogno, l’inesauribile
bisogno di confort,
fateci a pezzi, scancellate noi, puniteci
per avere fatto di voi
le nostre miniature
per avervi disinnescati, resi innocui,
per non avervi ascoltati, nel vostro
sommo sapere.

Voi che eravate le porte
del regno dei cieli
e chi non passava da voi non passava
voi che eravate purissima gioia
voi che eravate noi bloccati nella
più grande bellezza
voi che somigliavate ai cuccioli
degli altri animali
voi che capivate lo splendore
misterioso degli animali
voi che dormivate un sonno perfetto
e benedetto
voi che vi svegliavate ridendo
voi che facevate balletti strepitosi.
Voi, nostre divinità domestiche.

Nascete ancora, cuccioli. Restate.
Siate. Salvate. Giurate. Siate. Siate.
Siate.




Central/orto Preneste




23.5.13

Central/orto Preneste

Laboratorio di orto-giardino, narrazione e costruzione di storie che ogni bambino potrà veder crescere e curare nel tempo.

a cura di Serena Corrado, Fiona Sansone
realizzazione Centrale Preneste Teatro – Centro Interculturale Eufemia - Centro 6

SABATO 25 MAGGIO 2013, ore 10.00
Centrale Preneste Teatro, via Alberto da Giussano 58, Roma

foto Alessandra Blanco


C’era una volta
un vecchio che aveva piantato un piccolo seme di rapa dicendogli: “Cresci, cresci, piccola rapa, cresci forte e saporita!”…
C'era una volta tanto tempo fa un fiore magico. Ogni sera una donna andava a staccare un petalo per mangiarlo così ringiovaniva. Dopo qualche anno ...
Giacomino sgusciò fuori dal suo nascondiglio, prese tra le mani la meravigliosa gallina, uscì dal castello e si lasciò scivolare giù per l'enorme albero cadendo sano e salvo nel giardino di casa sua…
I tuoi fiori questa notte sono andati al ballo e per questo ora sono così stanchi e sfiniti.
Ma i fiori non sanno ballare! - esclamò la piccola Ida…
E invece si. Quando noi andiamo a letto e ci addormentiamo, i fiori incominciano a far salti e si danno alla pazza gioia…

Per prenotare tel. 06.25393527

Il laboratorio avrà un costo di 2 euro a partecipante

lunedì 6 maggio 2013

Tracce di Calvino

LA CITTA’ DISCONTINUA

“Chiese a Marco Kublai: – Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale futuro ci spingono i venti propizi.
– Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell'approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s'apre nel bel mezzo d'un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che da lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie. Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t'ho detto”.

Tratto da Le città invisibili  di Italo Calvino, Einaudi p.169

domenica 21 aprile 2013

PER LA VITA-MORTE-VITA DI MARIA LAI


Giuliana Lai (1921 – 2012) racconta Maria Lai (1919 – 2013 ) DI BRUNO TOGNOLINI 



"Non è vero che donne che fanno forme non fanno figli e donne che fanno figli non fanno forme. Sono cose che dicono i maschi, col loro aratro.
Noi che abbiamo il telaio, che non taglia ma lega, diciamo il contrario: donne sorelle
intrecciano i fili dei destini una con l’altra, si mischiano le vite, in un tappeto solo."
B.T.

Il Re che voleva conoscere

                                                                     Errando- Maria Lai


C’era una volta un giovane Re saggio e curioso che voleva conoscere gli usi e i costumi della sua gente.

Così chiese ai saggi della sua corte di percorrere le sue terre riportandogli un esatto resoconto delle abitudini e delle tradizioni del popolo.

“Andate, osservate e annotate! Nulla dovrà sfuggirvi!”- disse loro. Ed i saggi partirono.

Il Regno era così ampio che i messi tornarono dopo venticinque anni, con cinquemila volumi.

“Ecco Maestà, qui sono racchiuse la storia, la cultura e le tradizioni del Regno!”- disse il più anziano.

Ma il Re, che invecchiava e non ci vedeva più così bene, capì che non avrebbe fatto in tempo nemmeno a sfogliarli tutti. Così ordinò ai saggi:

“Tornate a casa e riducete questa immane opera in qualcosa che io possa sperare di leggere!”

Così, dopo dieci anni, i saggi tornarono con mille volumi. Il Re però aveva oramai sorpassato i settanta anni e sconsolato così li pregò:

“Non portatemeli neppure, miei saggi! Piuttosto riassumeteli in modo che io possa ancora goderne…”

I saggi lavorarono duramente per riassumere ancor di più le tante culture e usanze del loro popolo, e dopo cinque anni si ripresentarono al palazzo con cento volumi. Ma il Re ormai era vecchio e sentiva di non aver più molto da vivere.

“Come potrò mai leggere cento libri in queste condizioni? Vi chiedo un ultimo sforzo per contentare il vostro Re…”

Così curvi e sbilenchi, i saggi tornarono a ridurre ancor di più la loro opera. Ma un giorno  ricevettero un messo:

“Affrettatevi, presto! Il Re è morente!”.

Così i saggi si guardarono tra loro e scelsero, senza esitare, l’unica sintesi possibile.
Il giorno dopo il più giovane di loro corse a palazzo e, giunto dal Re che era in fin di vita, così gli disse:

“Ecco, mio Re, il risultato di tutte le nostre ricerche!”

Il giovane messaggero gli consegnò infine un foglio in cui era scritto:

GLI UOMINI NASCONO, VIVONO E MUOIONO.

“Ah! - esclamò il Re- Volevo ben dire!” e così dicendo morì.

mercoledì 17 aprile 2013

Video/documento con l'artista Maria Lai di Barbara Della Polla e Ennio Guerrato

Sospesa tra cielo e terra

estratto del video/documento con l'artista Maria Lai
di Barbara Della Polla e Ennio Guerrato
prodotto dalla Società Italiana delle Letterate e dalla Cooperativa sociale Cassiopea di Trieste
www.cassiopeateatro.it
www.avlabpro.com
http://cassiopeateatro.blogspot.com